loading

          

Vita sancti marini, la leggenda originale


Questo testo agiografico, scritto in origine in latino da un autore anonimo alcuni secoli dopo il periodo descritto (sembra nella prima metà del X secolo), narra le vicende di Marino, sbarcato a Rimini dalla Dalmazia, poi trasferitosi sul Monte Titano, per lavorare, divulgare la religione cristiana, e fondare la prima comunità da cui si sarebbe originata la Repubblica di San Marino. Questa versione della leggenda è quella conservata nella Biblioteca Nazionale di Torino, ed è stata tradotta dal latino da monsignor Luigi Donati.

Ai tempi di Diocleziano e Massimiano Imperatori, quando la furia della persecuzione con tirannico furore e nemiche spade devastava la Chiesa Cattolica dei Cristiani, sparsa per tutto il mondo, e la Santa Universale sposa di Cristo, inviolabile Madre di tutti i viventi, quasi sposa ornata di monili decorava come di vesti nuziali il talamo di Cristo con il pur­pureo sangue dei Martiri, e dovunque a ferro e fuoco gli atleti della Cristiana Religione erano perseguitati con i più diversi tormenti, che dovrò dire di più? Quando il fuoco, il nemico, la spada minacciavano ovunque la morte presente a tutti quelli che vivono in Cristo, dappertutto scorrevan lutti, paura, la risonanza e le varie forme di morte.

Infatti i Sacerdoti erano trucidati vicino agli altari nel momento stesso del sacrificio e agli stipiti dei Sacri Templi pendevano le spoglie stillanti sangue di innocenti; molti si appartavano nelle più nascoste caverne dei monti, altri si nascondevano nelle anfrattuosità delle grotte, nella fame, nel freddo e nudità.

Molti, con spontaneo coraggio, stesa la testa alle spade degli Empi, disprezzando la morte, si offrivano quale sacrificio a Dio per il nome di Cristo. Quando l'antico serpente sollevava il gonfio collo contro gli eletti di Dio, digrignando i denti grondanti sangue e cercava di spargere il veleno mortifero con le infernali fauci nel grembo della Santa Chiesa dei Cristiani, allora fu emanato l'editto di Diocleziano e Massimiano Imperatori perché fossero restaurate le mura della città di Rimini e ricondotte al primitivo stato le fortezze già distrutte.

Le cui mura, come si ha d'antica memoria, furono distrutte da Demostene Re dei Liburni con la Pontica flotta armata.

Dunque, trascorsi dall'incarnazione del Signore Nostro Gesù Cristo più o meno 257 anni, nel tempo in cui il più che malvagio funesto Diocleziano di esecranda memoria aveva prescritto che i libri divini fossero bruciati con rabbioso incendio, fu emanato un editto per ogni provincia di Europa che dalle varie regioni tutti gli esperti nelle diverse Arti, architetti, vasai e scalpellini, universalmente obbedendo ai comandi imperiali, convenissero tutti ad edificare la Città di Rimini a onore del nome e a memoria dell'eccellenza dei principi trionfatori Diocleziano e Massimiano. Giungendo perciò da una parte e dall'altra delle diverse regioni di Europa gli abitanti delle Gallie e Germania dell'Italia e della Dalmazia, Romani e barbari e quelli della Macedonia, spinti dalla regale benevolenza, da ogni parte unanimamente convennero, con sollecito concorso, lasciate le città e le care famiglie, per terra e per mare e si fermarono a Rimini.

Fra i quali vi erano degli uomini di Dio per divina provvidenza traghettati dai confini della Dalmazia attraverso il mare Illirico assieme agli altri al lido d'Italia: uno si chiamava Leone e l'altro Marino. Per questo appunto, lasciati i propri cari e il dolce suolo natio, disprezzate le ricchezze del mondo, vennero in paese straniero più per servire il Re del cielo che i dominatori terreni. Erano ambedue perseveranti nel timore e amore di Dio con unanime sentimento, applicati continuamente giorno e notte alla preghiera e al digiuno, nulla desiderando in questo mondo se non in che modo avanzare nella legge di Dio e divini precetti, senza recare la più piccola offesa ad alcuno. La loro mente era talmente rivolta ai desideri dello spirito che, fuggendo le gioie di questa vita, stimavano le ricchezze del mondo come beni di nessun conto, oggetto di noncuranza e di scherno. Fiorivano in loro tanta soavità e dimostrazione di umiltà da assoggettarsi come schiavi nel servire e accondiscendere a tutti.

San Marino era eminente e per il possesso e il modo di esercitare tutte le arti. Infatti come l'ape assai preveggente coglie da tutti i fiori il nettare e nella celletta distilla il fragrante miele, non altrimenti San Marino di memoranda virtù, deponeva la fragranza delle buone abitudini nel segreto del suo sacratissimo petto, con l'ispirazione della grazia dello Spirito Santo, con la brama di assecondare le divine promesse. V'era in lui tanta perizia del parlare che le sue parole quasi composte di fiori di eloquenza, si configgevano come chiodi nel cuore degli ascoltatori.

Fioriva in lui la sapienza, madre di ogni virtù, tanto da indurre gli animi di tutti ad ammirazione per lo splendore della Divina Grazia sfolgorante dalla sua bocca. Era soggetto ai superiori, piacevole ai suoi simili, vicino a quanti lo seguivano con fraterno amore, a tutti benevolo, amava gli anziani come padri e i giovani come figli.

Veniva incontro in tutto come indefesso servitore ai poveri e agli orfani. Non anteponendosi ad alcuno, si riteneva l'infimo di tutti.

Aiutava dignitosamente vecchi e giovani assennati, sollecitandoli tutti insieme, con rigore reprimeva quelli che si comportavano male sovraintendendo alle quotidiane fatiche, perseverando senza interruzione nella preghiera; posto col corpo in terra, l'anima si saziava di celesti delizie. Era esempio di castità ed umiltà, maestro di pazienza e longanimità e mirabile esempio di carità, saziava la vista del suo corpo nei prati delle divine scritture. Teneva fisso lo sguardo della sua mente nelle sedi eterne del cielo.

Impartiva convenientemente a tutti lo splendore della vita celeste. Aveva un sì sollecito impegno per la religione che non gli lasciava neppure un momento senza compiere bene il suo dovere. Infatti era intento o alla lettura o alla preghiera e al lavoro manuale tanto che si meritava il detto: Non ho perduto alcun giorno nel quale non abbia fatto del bene. E mentre con la bocca e con lo spirito salmeggiava, si adoperava continuamente per tutto ciò che era utile a venir incontro, le tante volte, alle miserie altrui per non mancare di porgere l'alimento della vita a chi stendeva la mano per chiedere il frutto della sua carità.

Dopo che giunse San Marino nella suddetta Città di Rimini e ognuno si ebbe assegnato il compito del suo lavoro sotto i prefetti e sovraintendenti, vedendo l'uomo di Dio pieno di grazia e di compassione, che gli abitanti delle province e suoi compagni di viaggio erano aggravati di ingiusti pesi di lavoro, si compassionava con loro e si rattristava assai per le loro ingiurie a guisa dell'Apostolo che dice: Chi è debole che anche io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? E così fervente di amore verso i fratelli aveva presente l'esempio dei Santi uomini Giuseppe e Mosè come per la salvezza dei propri fratelli impegnarono talmente la loro vita fino a correre il pericolo di perderla. E quel che maggiormente era impresso nel suo animo era di ricordare con vero timore come l'infinito Padre delle creature Cristo Iddio, Figlio di Dio, che di sua mano ha disseminato il volgere del cielo e la mole della terra, non lasciando il Regno del radiante Cielo egli, creatore, rivestendosi di fragile creatura, per la salvezza degli uomini, si è degnato di scendere nelle abitazioni dei mortali e quante e quali sofferenze ha accettato lottando contro le insidie dell'antico nemico per la redenzione dell'umanità.

Tutto inteso nell'avvicendarsi di queste cure, non dimenticava il detto evangelico che afferma che nessuno ha maggior amore di chi pone la propria vita per i suoi amici. Ammonito da tutto questo l'uomo di Dio il beatissimo Marino, come per profetica ispirazione si comprò un giumento per venire in aiuto ai suoi fratelli, gravati di comune lavoro, con questo mezzo, senza incomodare altri. Non molto tempo dopo mentre si conduceva tal vita, fu impartito l'ordine dai suddetti Imperatori Diocleziano e Massimiano che tutti gli esperti dello scalpello partissero per le vette sassose dei monti per cavare anche di lì varie qualità di pietre. Il che fu fatto. Venivano perciò San Leo e il beatissimo Marino con molti scalpellini alle vette del tormentato monte chiamato volgarmente Titano. Il qual monte, come dicono gli abitanti, si stende dal settentrione all'occidente con vette aspre e scabre e rocce e rupi svettanti. Pervennero al luogo destinato e vi lavorarono per tre anni; trascorsi i quali, San Leo proseguì con pochi compagni verso il Monte Feliciano che volgarmente è detto Monte Feltro, ed ivi costruì una cella per sé e una Chiesa a Dio. Il Santo uomo di Dio Marino, di sempre cara memoria, pieno di grazia e di umiltà, vedendo l'afflizione dei suoi fratelli, non volle lasciarli. Si ricordò della parola del Signore che dice: Voglio misericordia e non sacrificio.

Trascorso il triennio del duro lavoro di scalpellino, ritornò con loro in città ed ivi trattenuto dal fraterno amore, costruì un pozzo in due mesi e quindici giorni. Godeva di siffatta salute che mentre gli altri, esausti, si ristoravano e di notte concedevano il dovuto riposo alle stanche membra, egli nel silenzio e la poca luce delle notti, non cessava di lavorare senza dare riposo al suo corpo se non per partecipare alla solennità della Messa nei giorni festivi. E quanto di un determinato lavoro gli altri potevano eseguire con un paio di buoi egli, con l'aiuto di un solo asino, senza lagnarsi, lo compì con l'aiuto divino. Assegnati perciò tutti i lavori e condotti con ordine, i sovraintendenti e i capi degli artefici furono presi da tanta ammirazione verso San Marino che, gettatisi ai suoi piedi, e congratulandosi e magnificando per lui il Signore, furono costretti ad ammettere che tutte le opere eseguite erano state compiute per il suo aiuto, collaborando la Divina Grazia. Dopo aver compiuto tutte le opere e terminata ciascuna fabbrica, tutti fecero ritorno ognuno al proprio paese Galli e Germani, Romani e Barbari tutti quelli che erano venuti dalle quattro parti d'Europa ed erano esultanti, lodando il Dio del Cielo, nelle virtù di San Marino e pubblicamente dichiaravano che non avevano mai visto un altro uomo simile a lui di tanta gentilezza e benignità.

Agli oppressi infatti era di valido aiuto, agli afflitti consolazione, ai mesti gioia, agli stanchi forza, agli ammalati medico, ai litiganti pace, agli accaldati refrigerio, a chi soffriva freddo calore. Tutti sapeva compatire: riteneva come inferte a se stesso le ingiurie altrui; ferveva di fiamma carità e si offriva qual vittima placabile a Dio per la salvezza di tutti. Intanto mentre si svolgevano queste cose nei pressi di Rimini, terminate tutte le opere ritornando ciascuno in sua Patria, l'uomo di Dio San Marino raggiunse Rimini, desiderando di edificare al Re del Cielo un'altra città celeste costruita con vive pietre.

Venne ed abitò nella suddetta Città di Rimini per 12 anni e 3 mesi, predicando le virtù evangeliche, la via della vita e mostrando a chi non la conosceva la strada della perpetua salvezza.

Dalla sua bocca la parola di Dio infiammava talmente il cuore degli ascoltatori da indurre gli stessi Sacerdoti degli Idoli a disprezzare il culto di vana superstizione. Infatti per i dodici anni trascorsi a Rimini dall'uomo di Dio, quasi completamente la Città si convertì e professava col cuore il vero Dio e Cristo essere figlio di Dio.

Infatti non tanto con la predicazione quanto somministrando il fondamento della verità e il germe di vita, seminava nelle anime e continuamente come solerte agricoltore irrigava la messe del Signore con la rugiada della Grazia Celeste. Così che poco tempo dopo San Gaudenzio Vescovo, essendo diretto dalla Sede Romana a Rimini per predicare ai Pagani, trovò che quei campi una volta sterili e incolti con ammassi di spine, erano divenuti seminati e ondeggianti di frutti di grano. Non altrimenti l'uomo di Dio Marino preparava la via della vita e la strada della eterna beatitudine nel cuore della gente ignara di Cristo. Come tromba di verità anche San Giovanni, quasi ruggente leone nel deserto a gran voce predicando la penitenza, risuonò per tutto il mondo. Dunque mentre la divina virtù così operava tramite San Marino, l'antico e ingannevole nemico dell'uomo, mal soffrendo quanto si operava per la salvezza delle anime da parte di San Marino, riversando nuove arti dal petto pieno di fiele, fremente coi denti insanguinati, come serpente si sforzava di spargere i soffi avvelenati dalla triplice gola, ripiena di veleno contro l'atleta della Milizia Celeste. Trovati infatti mille modi di nuocere, si sforzava con diverse specie di frecce di scagliare infinite insidie contro l'uomo di Dio e si tormentava fremente di ansietà, struggendosi in se stesso ferito da profonda invidia, mostrando le sanguinanti fauci, rodendosi nella sua malvagità. Infine trovò un modo orribilmente pieno di veleno che gli parve adatto a tendere insidia. Lo stesso criterio egli usò un giorno ai progenitori e prese la freccia mortifera scoccata dall'arco per la quale ha affondato nella voragine della morte l'intera umanità. Entrato pertanto nel fatuo e vacuo cuore di certa donnetta, la riempì dell'antico veleno e attraverso false visioni delle cose, la rese pazza. E condusse la misera a siffatta debilità di mente da proclamarsi legittima moglie di San Marino. Poiché la fama e l'opinione della sua santità si divulgavano per tutta l'Europa, per tal ragione l'invidioso demonio, attraverso la malvagità della donna, si sforzava di cancellare i crescenti prodigi della virtù divina operante attraverso l'uomo di Dio Marino e volendo beffarsi di lui, ingannò la misera sì che dai confini della Dalmazia attraverso il mare Illirico, raggiunse il lido d'Italia e il porto di Rimini. Entrata in città con la smania di sapere, chiedeva di San Marino. Vedendola i cittadini e pensando che lo cercasse o per essere aiutata o per spirito di devozione, le indicano il luogo e descrivono gli usi, le virtù e le abitudini dell'uomo di Dio Marino. Ed essa cercando minuziosamente, lo trovò inaspettatamente in un certo luogo frequentato, secondo la sua abitudine, mentre pregava. Appena lo ebbe visto, presa da stupore con molti sospiri e con lingua impudica e finte parole, così infine disse: Ohimé! Marino desiderato più della vita, sola speranza e luce della mia esistenza, quanti pericoli di mare e di terra ho affrontato per amor tuo; per l'ardore dell'affetto per te ho sostenuto tutto quanto è contrario alla vita stimandolo un nulla. Così disse, e stese ansiosa ambo le braccia, sparse le guance di lacrime, proseguì: Or che ti vedo carissimo marito, tanto desiderato, ti prego, perdonami, dimentica il passato; accoglimi misera qual sono venuta dal vasto mare. Subito l'imperterrito uomo di Dio guardandosi attorno, conobbe la lurida faccia e il parlare nemico dell'ingannevole serpente e con placida parola, citando il profetico versetto, uscì col dire: Sorga il Signore e svaniscano i suoi nemici! E respingendola la cacciò via. Ma questa mal sopportando l'ammirevole severità di tanto uomo, gridando e con frequenti singulti emettendo gemiti, da suscitare pietà, riempiendo di lamenti tutta la Città si allontanò da lui per andare dal Preside. E stando davanti al tribunale del Preside con faccia malvagia e infetta da veleno del tanto scellerato serpente così si esprime: Ti scongiuro o piissimo Preside per gli immortali responsi degli Dei e per l'invitto valore degli Imperatori, che mi conceda la facoltà di parlare per lo spazio di un'ora perché con le orecchie della tua pietà ascolti con serena commiserazione le vicende dei miei dolori. Io, per l'avverso mio destino, affrontando miserevolmente i più terribili pericoli di mare e di terra, dai lontani confini della Dalmazia, stanca, giunsi finalmente a codeste mura che stanno sorgendo. Per il mio marito Marino artefice il quale, secondo il rito di nostra gente e le patrie leggi, deve convivere con me per legittimo matrimonio. E sia noto alla tua eccellenza che egli è dispregiatore degli Dei e probabile cultore e seguace della setta cristiana non solamente per conto proprio, ma seduce moltissimi nobili e persone accorte dello Stato a prestar culto a Dio chiamato Cristo.

Mentre questa scellerata parlava con tale empietà, avvenne per caso che giungesse un tale di nome Tizio, favorevole alla cristiana religione, che avendo udito tanta nefandezza, dichiarata davanti al Preside, allontanandosi da loro e correndo in tutta fretta arrivò al luogo dove era l'uomo del Signore Marino perseverante in preghiera, e, gettandosi ai piedi del Santo uomo, chiedendone il permesso, gli riferì tutta l'orribile dichiarazione fatta dalla donna e da lui udita davanti al tribunale del Preside. L'uomo di Dio Marino di imperitura virtù, udita la relazione di Tizio e conosciuto quanto si stava macchinando, subito capì quanto avesse escogitato a suo danno la ingegnosa scaltrezza dell'invidioso nemico. E mentre l'atleta della Celeste Milizia stava pensando come poter resistere contro le diaboliche insidie, subito trovò la medicina alla pena, per ispirazione di Dio. Infatti si ricordava del comando Divino che dice: Quando vi perseguiteranno in una Città fuggite in un'altra. E si ricordava che il vero Figlio di Dio il Signore Gesù spesso si rifugiava nel deserto, quando era gravemente oppresso dalla folla. Allora sorgendo il beato Marino lasciando la Città e i compagni coi quali conviveva in concordia e amicizia, nel silenzio di oscura notte uscì dalla Città ed intrepido, prendendo una strada sconosciuta, con l'aiuto e l'assistenza divina raggiunse le pendici di un assai aspro monte detto Titano dove egli stesso aveva già lavorato con gli scalpellini. E avendo visto una specie di campo incolto e un luogo assai remoto, oscure boscaglie asilo di belve, attraversando la selva nel profondo silenzio, scorse fra le varie cose che agghiacciavano sotto la rupe dell'alto monte un grande e vetustissimo masso dappertutto chiuso da alberi e orride ombre. Ripieno di gioia, curiosamente esaminando ogni cosa, scopre sotto la rupe che era dirimpetto tra scogli pendenti una grotta molto nascosta e dentro una vena di acqua dolce. L'uomo di Dio invaghitosi assai del luogo, lo conobbe come fosse stato preparato per lui dalla Divina Provvidenza. Così Marino Santo di memoranda pietà, soldato di Cristo, vi si nascose, fuggendo dall'aspetto della scellerata donna a somiglianza di Elia profeta che fuggì dalla presenza di Jezabele e per dodici mesi solo abitò con ogni genere di belve e spauracchi della solitudine, né vide alcuno. Dopo l'ora nona si cibava di erbaggi silvestri per rifocillarsi, beveva un po' di acqua dalla pietra della rupe per estinguere l'ardore della sete, raramente concedeva un po' di riposo al corpo appoggiandosi sulla ghiaia della fredda terra e rotolava una pietra sotto il suo capo. Vestendo di poco panno l'agghiacciato suo corpo, si diceva coperto delle vesti dell'innocenza. Nelle lunghe notti d'inverno, perseverando nella preghiera, a stento avvolgeva le fredde membra di marmoree stuoie. Il demonio contro di lui suscitava feroci esemplari di ogni specie, strani prodigi di mostri diversi come è solita produrre l'ampiezza di vasto deserto: cinghiali, orsi, elefanti e lupi che ululano nella notte, per terrificare i soldati di Cristo.

Ma rimaneva perseverante l'uomo di Dio Marino, immobile e fermo. Tenendo in nessun conto le false immagini di lotta suscitate dall'impotente avversario, recitava con volto sereno il carme profetico: Chi confida nel Signore come il monte Sion non vacilla.

Trascorrendo le notti in inni e canti spirituali mescolava i carmi profetici ai gorgheggi mattutini degli uccelli. E così faceva e all'alba e al tramonto. Trascorsi dodici mesi da quando San Marino aveva incominciato tale vita eremitica, l'antico nemico, invidiando la beatitudine del Santo uomo, si crucciava nell'ansia della sua malignità e digrignando cercava affannosamente il modo di disturbare l'angelica conversazione del Santo uomo, usando qualsiasi insidia della sua scaltrezza. Ma quanto più in alto si innalza contro gli eletti di Dio tanto più in basso precipita condannato nell'infernale baratro. Mentre accadeva tutto questo nel tempo d'inverno venivano dalla Città di Rimini i porcai a ingrassare le mandrie di porci. E mentre al fine di pascolare traversavano nella vastità del deserto ogni località e le remote tane delle fiere, pervennero infine al luogo nascosto di eremitaggio ove era San Marino. Appena li ebbe visti, l'uomo di Dio subito preso da stupore, fuggendo dal loro sguardo, si occultò nell'interno dell'antro che era nascosto sotto la rupe. I porcai, meravigliati da questa novità, cioè di vedere un uomo fra le tane delle fiere, ripieni di stupore seguendo le vestigia del Santo uomo, si gettarono proni ai suoi piedi. San Marino, mal soffrendo tutto questo, concesso il perdono, con il segno della mano li invitò ad uscire. Questi dopo alcuni giorni ritornando in Città, andavano divulgando di aver visto San Marino in un segreto eremitaggio che conduceva una vita solitaria dicendo: Abbiamo trovato il capo mastro che conduce in terra una vita angelica nelle caverne dei monti. Abbiamo visto un vero eremita, un uomo che si estranea dai suoi simili e si associa ai branchi delle fiere.

Udendo quanto dicevano i pastori, quella donna di infame memoria, agitata da stimoli della malignità diabolica, subito corse anelante dagli stessi porcai e chiedeva diligentemente a loro dove e come avessero visto Marino. Ed essi risposero: L'abbiamo visto condurre una vita eremitica nei più segreti e nascosti luoghi della solitudine. La donna incalzò: Conducetemi a quel luogo dove l'avete veduto e vi darò per l'incomodo dodici denari. I pastori ricevuto il prezzo, l'assecondarono e il giorno seguente sul far del mattino si misero con la donna sulla strada che conduceva in quei luoghi deserti. Infine affrontando la strada dell'eremitaggio, pervennero al luogo dov'era San Marino. Per caso nella stessa ora in cui essi giunsero, il Santo di memoranda religiosità beato Marino coltivava gli erbaggi del suo orto. Avendolo veduto quella donna perversa e assai malvagia, con prontezza insolentemente gli disse: Stammi bene capo mastro, che stai facendo? raccogli questi erbaggi per prepararci il companatico? Il beato Marino udite queste parole, sbigottito al suono di una voce femminile, non volle dirigere la sua attenzione verso di lei, ma, segnando la fronte con il segno della Croce, subito si ritirò da loro nella spelonca che lui stesso sotto la fredda rupe del lato del monte aveva scavato. Ed entratovi, chiuse la porta e per sei giorni ed altrettanti notti, perseverando in preghiera effondeva continuamente preci con lacrime e gemiti al Dio del cielo contro le diaboliche intestazioni. La donna abbandonata dai pastori, avendo conosciuto di essere stata ingannata dal demonio, lamentandosi ad alta voce con pianti e frequenti singulti, anzi presa da paura, tremante e confusa si partì dal cospetto dell'uomo di Dio. E fece ritorno alla Città di Rimini, e raggiunta la sua casa, confessò di fronte a tutti di avere agito iniquamente contro il servo di Dio Marino, ingannata da suggestioni diaboliche, e subito nella stessa ora morì. Da quel giorno gravò un grande timore su molti dei cittadini riminesi che glorificavano il nome del Dio vivo il quale manifesta cose mirabili nei suoi santi e non dimentica i torti di coloro che confidano in lui. Dice la Scrittura: A me la vendetta, io darò la retribuzione. Oh quante insidie, quante arti contro i servi di Dio e coloro che piamente vivono in Cristo hai eccitato, o demonio nemico terribile! Perché infierisci, perché sei furente, perché acremente digrigni i rabbiosi denti? dove sono gli aculei delle tue frecce, dove quelli della tua fallacia? Dove sono le tue armi? sono cadute e spezzate sul tuo capo. La tua spada e le tue frecce sono fisse nel tuo petto, e tu che una volta ti ritenevi simile a Dio, ora da un suo servo, Marino, giaci vinto e prostrato.

Non molto tempo dopo nel succedersi di alcuni giorni il beato Marino considerando che scoperto in quel luogo poteva essere visitato dagli uomini, se ne partì e giunse alla vetta del Monte Titano e sul principio ivi abitò in una piccola dimora. Quindi pose un confine tra lui e gli abitanti di quel luogo per evitare in seguito il concorso del popolo e l'accesso ad ogni sorta di donne. Quindi, riprendendo vigore, cominciò a lavorare. Infatti per prima cosa si costruì una cella per abitarvi, poi edificò una Chiesa in onore del beato Pietro, Principe degli Apostoli. Mentre si effettuavano queste e altre cose con l'aiuto divino per l'opera del Santo uomo Marino di memoranda religiosità, il figlio di una nobile vedova di nome Felicissima era uno degli abitanti dei dintorni di nome Verissimo. Questi avendo appreso come San Marino avesse fissato dei termini e avesse eretto una costruzione sul monte, per superbia e ambizione di emergere, volle muoversi contro l'uomo di Dio.

E un certo giorno mentre San Marino lavorava nel campicello, pieno di ira si recò sul luogo dove l'uomo di Dio era intento al lavoro volendo fare lite con lui. Il beato Marino volgendo lo sguardo verso di lui, lo vide venirgli incontro molto irato. Conosciute le sue intenzioni, subito l'uomo di Dio alzando gli occhi al cielo, disse: Signore Gesù Cristo non permettere che si avvicini o che compia qualsiasi iniquità. Aveva appena proferito tali parole che nel medesimo tempo le braccia di lui si paralizzarono, le gambe e le giunture delle membra contratte si scomposero e divenne muto. Sentendosi così ridotto cadde a terra, prostrato alle ginocchia del Santo uomo, e sollevato dagli altri, fu condotto alla sua madre. La quale appena lo vide attratto nelle distorte giunture e nelle membra malmesse, esclamò: Povera me! figlio mio, che ti è capitato e per qual motivo? Egli non rispose né lo poteva fare perché muto. Avendo ciò visto, la donna riflettendo disse: Forse hai offeso in qualche modo quell'eremita il santo servo di Dio Marino? ed egli annuendo col capo rispose che così era avvenuto. Essa conosciuta la causa di tanto, si mise in cammino e si recò al luogo dove attendeva alla preghiera e al lavoro San Marino. E subito genuflessa ai suoi piedi, e con le lacrime agli occhi, lo supplicava dicendo: Padre mio, abbi pietà di me, perdona i colpevoli, usa misericordia al mio figlio Verissimo, perdonalo per la bontà del tuo grandissimo Iddio e qualsiasi cosa ci comanderai o chiederai te la daremo. Il Beato Marino a tale profferta rispose: Non ho bisogno alcuno delle vostre ricchezze senonché crediate nel Dio vivo e vero per la salvezza delle vostre anime e che rigettiate le immagini mute e morte dei demoni che adorate sotto una vana religione e che vi convertiate a quella vera e che vi facciate battezzare nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo per la remissione dei peccati e per la salvezza delle vostre anime. Se me lo vorrete concedere accetto quel poco di questo monte che servirà per la mia sepoltura.

E la donna rispose: Non solo il monte, ma tutti i confini e promontori che si susseguono doneremo a te e ai tuoi successori in perpetuo possesso. Quindi San Marino venne al luogo dove quel giovane giaceva. E avvicinatosi lo toccò e gli disse: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo alzati e cammina, parla e sii sano. E subito, udite tali parole, fu ridonato alla primitiva sanità e camminando esclamava a gran voce: Ti ringrazio Gesù Cristo che ti sei degnato concedermi la tua salvezza per mezzo del tuo servo Marino. Ed ora comprendo che non vi è altro Dio all'infuori di Te né su nel cielo né quaggiù in terra. Tu abbatti e risani, dai morte e vita. Appena detto questo, gettatosi prostrato a terra, ai piedi del Santo Uomo, lui e sua madre rinunciarono alle immagini e a tuttigli idoli che adoravano e con tutta la loro casa e familiari credettero in Cristo in numero circa di 53.

Nello stesso tempo in cui questo accadeva per virtù divina attraverso San Marino, si diresse da Roma il Vescovo San Gaudenzio a portare la nuova novella ai pagani e agli abitanti di Rimini e a quelli dei dintorni. Quindi, entrato in Città fu reso edotto completamente dai cristiani che ivi erano, del buon nome e delle virtù di Leone e Marino, poiché quasi tutta la città era a conoscenza dei miracoli e delle meraviglie che la divina potenza operava per loro mezzo. Il che appreso, San Gaudenzio indirizzò una lettera per invitare a venire da lui quei Santi Uomini e ricevere i debiti onori e la facoltà di predicare ai pagani, battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Ricevuta e letta la lettera del Vescovo e appreso il contenuto, i Santi Uomini, Leone e Marino di comune accordo nel salvare le anime vennero a Rimini da Gaudenzio. E vedutolo furono ripieni di grande gioia. Rimasero con lui alcuni giorni predicando e corroborando la parola di Dio nel popolo e, pregati dal Vescovo Gaudenzio di ricevere il Ministero sacerdotale, il beato Leone si ebbe l'ordine di sacerdote e San Marino l'onore del diaconato.

Si compiacque talmente di loro il Vescovo Gaudenzio come se fossero a lui giunti dei Celesti messaggeri dalle sedi superne. Poi salutato il presule Gaudenzio, gli uomini di Dio fecero ritorno alle loro dimore.

Avvenne che, entrato Marino nella sua cella, trovò nel suo orticello un mostruoso e ferocissimo orso scarmigliato e irto nei peli dai denti grondanti sangue che stava divorando l'unico somaro che aveva per aiuto nel suo lavoro. E fissandolo l'Uomo di Dio indignato disse: Ti comando nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo di non uscire da questo luogo prima di aver compiuto quel servizio che prestava chi hai illecitamente divorato. E presa la cavezza, con la quale era solito ricondurre l'asino nella stalla, la mise sull'orso con stretti nodi e lo condusse alla macina che aveva ed ivi legato lo lasciò. Ed era cosa ammirevole e degna di ricordo che un orso indomito e rabbioso per la connaturale sua ferocia si fosse condotto a tanta mansuetudine da sottoporsi alle mani dei bambini abbassando il terribile capo e senza alcuna ferocia. E quegli che per la vastità dei luoghi deserti quasi sitibondo di sangue si pasceva crudelmente delle carni di fiere ora contento di poco nutrimento, si cibasse come un asino alla macina. Né v'è da meravigliarsi se Colui che depose un certo re di Babilonia, innalzatosi per improvviso moto di superbia, e lo fece cibare di fieno come il bue per sette anni fra le bestie del campo e asini selvatici è quegli stesso che ora ha potuto per la umiltà del suo servo Marino rendere mansueta la ferocia di una indomita e selvaggia fiera. E se San Marino per la potenza dell'umiltà e della sofferenza superò il furore del demonio dal quale sono derivati ogni male e venefica ferocia che c'è di meraviglia che con l'aiuto di Dio abbia reso mansueto quel furore di morte? Ecco perché Giovanni dice: E' certo che chiunque si sottomette ai divini comandamenti avrà dal Signore sottomessa e pacifica ogni cosa. In questi tempi in cui l'uomo di Dio Marino combatteva tali battaglie contro le insidie dell'astuto nemico, il beatissimo Leone, libero dalle miserie della presente vita, debellato il principe di questo mondo, trionfatore passò ai desiderati gaudi del regno celeste, accompagnato dai cori angelici.

Non molto tempo dopo la sua morte come egli aveva annunciato sorse uno scisma dagli eretici per insinuazione diabolica, da parte di Marziano, prete Riminese che a guisa di orribile serpente vomitante fetido veleno si sforzava di profanare la inviolabile gloria della religione cristiana. Contro di lui San Gaudenzio radunò tutta la Comunità cristiana e presente davanti a tutti nel divino giudizio lo superò e lo scomunicò alla presenza di tutti i cattolici e come un vaso spezzato vergognosamente confuso, fu rigettato dal grembo della Santa e inviolata Chiesa. Il Preside che governava la Città in quel tempo era consanguineo dell'eretico Marziano.

Avendo saputo che Marziano era stato condannato ed espulso vergognosamente dalla comunione della Chiesa comandò che fossero uccisi tutti i cristiani; durante questa persecuzione alcuni sui monti altri si nascondevano nelle spelonche.

San Gaudenzio per riservarsi ad altri più impegnativi cimenti si nascose per tre giorni e tre notti nella grotta di San Mercuriale Vescovo di Forlì.

Il beato uomo di Dio, Marino di memorabile condotta virtuosa rimaneva imperterrito nella sua cella, perseverando senza sosta nel lavoro e nella preghiera ed ivi rimase fino alla morte.

Passò di questa vita il Santo e beatissimo uomo di Dio di imperitura memoria Marino eremita e diacono ai desiderati gaudi del cielo da vittorioso e trionfatore, vinto il principe di questo mondo. Accolto dai cori degli angeli il 3 di settembre fu sepolto sul monte Titano nella Chiesa che egli aveva edificato. Regnando il Signore Nostro Gesù Cristo al quale è onore e gloria per tutti i secoli. Amen.