Simona Atzori balla sul Titano

La ballerina che ha stravolto le regole della danza e scosso l’opinione pubblica sulla disabilità, si esibirà domani sera alle 21.30 al Teatro Nuovo di Dogana nello spettacolo “Trittico” con la regia di Paolo Londi. Lo spettacolo, a ingresso libero, avrà inizio alle 21.30.

Nata a Milano nel 1974, Simona ha iniziato a dipingere a 4 ani e a danzare a 6. Nel 1996 si iscrive alla facoltà di Visual Arts presso la University of Western Ontario in Canada, dove si laurea con onore nel 2001. E’ Ambasciatrice per la pace nel Giubileo del 2000, nel 2003 è testimonial del Pescara Dance Festival dove danza una coreografia di Paolo Londi con l’etoile Marco Pierin. Lo stesso Pescara Dance Festival le ha dedicato un premio speciale che lei stessa ha consegnato a nomi illustri della danza, come Luciana Savignano e Carla Fracci.
Ha vinto molti premi, partecipato a diversi programmi televisivi in Italia e all’estero portando avanti la danza e la pittura.

Qualcuno la definirebbe “eccezionale”, perchè lei tutto questo lo fa senza braccia, lei invece definisce la danza come “l‘unico modo che conosco per esprimere me stessa“.

Per capire meglio è forse il caso di slegare il concetto di danza da quello di terapia, quando si parla di disabilità: il concetto della danza terapia, cavalcato negli ultimi 20 anni  può lasciare il posto alla danza come arte, a prescindere dalla presenza o meno di disabilità.
Attenzione, non sto negando che le arti (danza, canto, pittura, scultura, etc..)  abbiano un effetto positivo sulla persona. Intese come canali preferenziali per esprimersi,  un effetto benefico credo sia da mettere in conto per tutti, disabili e non.

Al di là di questo, però, c’è un altro orizzonte su cui riflettere: che le arti possono essere sviluppate dal disabile come fanno tutte le altre persone. Magari in modo diverso, questo si, ma in fondo chi stabilisce qual è il modo giusto? Chiunque abbia voglia di esprimere se stesso in una qualche maniera dovrebbe essere libero di farlo senza restare imbrigliato tra le maglie di una serie di regole da rispettare, e ciascuno di noi probabilmente se esprimesse se stesso liberamente, creerebbe forme d’arte differenti.

Anche nelle forme d’arte come la danza, regolate da precisi canoni di movimento, del resto, la stessa coreografia eseguita da due ballerini diversi esprime emozioni diverse: guai se così non fosse!

In questo senso, credo che l’esempio di Simona Atzori sia illuminante di quando la danza diventa un’arte, senza cioè un secondo fine.

Qualche tempo fa mi trovai ad affrontare il rapporto danza- disabilità per un articolo su un settimanale locale con cui collaboro.
Da neofita sull’argomento, tentai di affrontare l’argomento pensando a quali benefici la danza potesse regalare a chi è affetto da disabilità. Quando però ho cominciato a parlare a parlare con gli insegnanti di danza e ho sentito la testimonianza di alcuni genitori, ho capito che c’era qualcosa che non funzionava, che i conti non tornavano, che il mio approccio era superficiale.

Nessuno, infatti, mi parlava di “danza- terapia” (se escludiamo qualche insegnante di uno strano metodo che ho dimenticato quasi subito): soprattutto i genitori mi ripetevano di quanto erano stati bravi al saggio finale, di come non si notasse la differenza rispetto agli altri ragazzi.
Ho scoperto così che dietro ai luoghi comuni, come spesso accade, c’è un mondo intero. E ho scoperto, tra l’altro, che c’è chi scommette come insegnante sulla disabilità istituendo veri e propri percorsi per fare strada nel mondo dello spettacolo,  magari modificando il metodo, ma senza ridimensionare l’obiettivo. Mi è sembrata una chiave di lettura che valeva la pena di approfondire.

Ho conosciuto Irene Stracciati, titolare di una scuola di danza a Siena e di un laboratorio che si chiama proprio “danza non- terapia”.
I risultati che ottiene sono talmente validi che alcuni ragazzi sono riusciti a far carriera con Irene: basta pensare che è disabile il suo stesso assistente personale e che ora tiene a sua volta corsi di danza.

Certo i sacrifici da affrontare sono molti, ma io credo che davvero la sfida della danza così come quella delle altre arti si giochi tutta sulla capacità di credere in se stessi e chiedersi “Perché no?”, come sostiene anche Simona Atzori che oltre a dipingere  e danzare ora tiene corsi motivazionali per insegnare alle persone (non solo disabili) a credere in se stessi per superare le difficoltà quotidiane che ci bloccano a terra invece di “volare senza le ali”.


  1. Maximiliano Ulivieri says:

    L’arte non ha canoni, esce fuori da ogni regola. Definisco il mio corpicino afflitto dalla SMA come un Picasso, difficile da capire ma unico nel suo genere 😉

    Un abbraccio.

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